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giovedì 22 luglio 2010

Una studentessa nel paese della riforma

 Riportiamo la lettera mandata, da una studentessa della Facoltà di Lingue, ai direttori dei giornali italiani:


Caro direttore, 
Sono una studentessa di Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Pisa che, fino a qualche giorno fa, stava studiando per sostenere gli esami di luglio.
Poi, come un fulmine a ciel sereno – a pensarci bene è ormai da diverso tempo che il cielo all’università non è poi così sereno – è arrivata la notizia inaspettata, è comparso l’avviso nefasto: il blocco degli esami di luglio da parte di docenti e ricercatori e, di conseguenza, l’addio degli studenti alla speranza di ricevere la borsa di studio.
Quasi nessuno ne ha parlato, anche se sicuramente ne avranno parlato con estrema apprensione tutte le famiglie italiane che hanno almeno un figlio all’università, per non parlare delle famiglie in cui, se il figlio ha la possibilità di studiare, è solo grazie alla borsa di studio a cui dovrà rinunciare, non potendo sostenere gli esami necessari a raggiungere il numero di crediti previsto dal regolamento.
Esterrefatti, io e miei colleghi ci siamo chiesti il perché di un provvedimento così devastante e, come tanti piccoli Alice nel paese delle meraviglie, ci siamo visti catapultare nel fantastico mondo della riforma universitaria proposta dal Ministro Gelmini, dove abbiamo visto cose straordinarie, veramente strabilianti, come un’università svuotata della sua autonomia, in cui il potere di gestione si concentra nelle mani del Rettore e del Consiglio di Amministrazione. Ma non è tutto. Abbiamo visto anche qualcosa di neanche lontanamente immaginabile: la messa ad esaurimento della figura del ricercatore a tempo indeterminato, sostituita da quella del ricercatore con contratto a tempo determinato di tre anni rinnovabile una volta, senza alcun riconoscimento giuridico dell’attività didattica. Insomma, cose dell’altro mondo.
A questo punto, ci siamo accorti che tutto quello che avevamo visto non era altro che il nostro futuro, e in parte anche il nostro presente.
Un presente in cui i ricercatori fanno lezione gratis, in cui le biblioteche hanno dovuto rinunciare agli abbonamenti alle riviste specializzate, in cui non ci sono soldi neanche per aggiustare un computer, in cui i docenti non sono liberi di fare le fotocopie per gli studenti – che pagano le tasse – senza dover incorrere in procedure burocratiche proibitive, e un futuro in cui il blocco del turn-over impedirà il reclutamento di nuove leve scientifiche, in cui gli sviluppi stipendiali previsti per il pubblico impiego verranno aboliti. Alla luce di ciò, noi studenti abbiamo deciso di opporre un “no” categorico a un presente e a un futuro come questi.
Ci siamo dunque uniti a docenti, ricercatori e amministrativi – i quali hanno assicurato di ripristinare la sessione di esami a partire dal 12 luglio – organizzando assemblee con lo scopo di definire forme di protesta che impediscano lo sfacelo dell’Università Pubblica. D’altra parte, se i ricercatori decidono di smettere di fare lezione gratis – è democratico pretendere che i cittadini lavorino gratis? –, l’università si ferma. E se si ferma l’università, si ferma la cultura, insieme al nostro futuro.

Una studentessa nel paese della riforma.

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